La crisi economica nel calcio, un’esperienza solo italiana?

calcio businessIl nuovo anno non porta buone notizie al mondo del pallone. Se nell’economia reale si parla di ripresa, con molti indicatori economici che fanno pensare ad un prossimo rilancio dei consumi e degli investimenti nel Bel Paese, nel mondo del calcio non solo le fosche nubi che si sono addensate negli ultimi anni nei nostri cieli non si stanno allontanando, ma c’è chi parla addirittura di tempesta in arrivo all’orizzonte. Ma al contrario della situazione economica nel suo complesso, nella quale l’Italia ha subito meno danni di quelli che molti paventavano, le società calcistiche italiane potrebbero nei prossimi mesi dover affrontare grossi problemi dal punto di vista economico e finanziario, e i cambi di proprietà in atto – si veda il Siena per esempio – e quelli tanto sbandierati ma ancora in fase di stallo – si pensi all’ormai annosa situazione della Roma, nella morsa dei creditori da anni oramai (ma la Covisoc dov’era negli anni 2000 quando le romane vincevano trofei?) – sono solo alcuni dei segnali negativi che ci fanno capire come il panorama del calcio nostrano sia in forte difficoltà.

La situazione al di fuori dei confini italiani non è delle più rosee, ma indubbiamente è più viva; nuovi investitori fanno capolino nelle sedi dei club inglesi – il Manchester City acquistato dal fondo arabo Abu Dhabi United Group è solo la punta dell’iceberg – mentre in Spagna (anche grazie al regime fiscale agevolato) giocano ormai i più grandi fuoriclasse del mondo, e la Liga rappresenta ormai quel campionato pieno di stelle come lo era la nostra serie A tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. La campagna acquisti faraonica del Real Madrid di Florentino Pérez ne è solo un’ulteriore testimonianza.

I presidenti di Serie A, dal canto loro, continuano a spendere milioni di euro per ingaggiare calciatori che non sempre ripagano nel tempo gli investimenti effettuati (e ahinoi tifosi juventini ne sappiamo qualcosa), ma pochi di loro si preoccupano delle conseguenze a lungo termine che questi investimenti, inseriti in un contesto economico come quello attuale, non solo restano soggetti a fallimenti clamorosi da un punto di vista sportivo, ma mettono a repentaglio l’equilibrio economico delle società a lungo termine.

Certo, direte voi, ci sono presidenti che ripianano ogni anno i loro debiti personalmente, ma si contano sulle dita di una mano, e il calcio non può sopravvivere grazie a loro. Anzi, io sono un forte sostenitore della linea tracciata nei mesi scorsi da Michel Platini, presidente dell’UEFA, che auspica l’introduzione di norme a favore di un fair-play finanziario, che oltre a portare un po’ di etica in un mondo in cui i milioni girano senza tanti scrupoli, potrebbe ristabilire gli equilibri nel panorama calcistico europeo, dove molte società incontrano già ora parecchie difficoltà, basti pensare alle situazioni attuali del Manchester United e del Liverpool, solo per citare le più eclatanti, riflettendo sul fatto che queste nuove regole, se introdotte con oculatezza, sarebbero addirittura a salvaguardia di questi club con presidenti dalle tasche bucate.

Le società italiane, d’altra parte, in questi ultimi anni hanno fatto troppo affidamento sulle entrate derivanti dagli incassi televisivi, a discapito delle tradizionali fonti di guadagno, ma proprio ora che anche gli introiti televisivi sono in forte flessione, senza contare il caro biglietti che allontana sempre più i tifosi dagli stadi, gli ingaggi dei giocatori troppo elevati e il calo delle sponsorizzazioni, le società si trovano spiazzate, quasi incapaci di reagire, segno di una mancanza di programmazione che non può che portare a questi risultati.

Il 2009 appena chiuso ha messo in evidenza come le perdite derivino sostanzialmente da due fattori importanti: il primo, come già accennato, è quello televisivo, su cui i presidenti delle squadre di Serie A facevano molto affidamento, tanto che speravano di incassare almeno un miliardo di euro all’anno in totale, da dividere in maniera più o meno equa, ed invece vedranno questa quota scendere di almeno il 10%. Il secondo fattore, che rappresenta all’incirca il restante 50% dei ricavi societari, riguarda la gente comune, quella che più sta pagando la crisi in termini di potere d’acquisto. I biglietti sono troppo cari ed anche per questo si prevede un calo di pubblico negli stadi nelle prossime stagioni, inoltre il merchandising va sempre peggio, a tutto vantaggio di chi produce e commercializza prodotti non originali. La conseguenza più diretta è che la gente non compra più come faceva anche solo pochi anni fa, il che significa meno ricavi per le aziende sponsorizzatrici che investono quindi sempre di meno nel settore calcio, ed in particolar modo in Italia.

E con la fuga degli sponsor anche la fuga dei grandi campioni dalla Serie A è ormai un dato di fatto: per un Diego che arriva, peraltro dalla Bundesliga, sono partiti Kakà ed Ibrahimovic, che l’arrivo di Eto’o non può mitigare, e si sa che le sirene inglesi e spagnole per Pato saranno per il Milan sempre più difficili da respingere. Insomma, un circolo vizioso dal quale sembra difficile uscire.

Alessandro Tonello
(alessandro.tnl@libero.it)

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  1. Che nostalgia dei bei tempi andati 😦

    • Dexter
    • 20 gennaio 2010

    Se avessi aspettato 24-48 ore a scrivere l'articolo ti saresti risposto da solo.

    "Il Manchester Utd chiede ai suoi giocatori di comprare azioni per risanare il debito"

    Asd.

    • Alessandro
    • 20 gennaio 2010

    Già Dexter, è proprio vero!

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