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L'Egitto vince la sua settima Coppa d'Africa

egitto ghanaSi è conclusa stanotte con la vittoria per 1-0 dei favoritissimi faraoni egiziani la ventisettesima edizione della Coppa d’Africa, passata purtroppo alla storia più per le cronache extra-calcistiche. L’Egitto, grazie al panchinaro di lusso Mohamed “Gedo” Nagy (5 gol tutti dalla panchina), capocannoniere del torneo, mette le mani sulla settima Coppa d’Africa (record), la terza consecutiva (record), allungando la serie di parte senza sconfitte nella manifestazione continentale a 20 (record), con la coppa alzata dal 34enne capitano Ahmed Hassan al quarto successo personale (record). Niente male.

La partita si presentava anche come scontro tra due squadre quasi agli antipodi. La giovinezza del Ghana, con cinque campioni del mondo Under 20 e sei giocatori nati dopo il 1988 tra i titolari contro l’esperienza dell’Egitto, età media superiore ai 28 anni e una partita in più giocata in Angola; l’abitudine alla vittoria egiziana (con questa sono otto, le finali di Coppa d’Africa, e sette vittorie, unica sconfitta nel 1962), di fronte alla paura del Ghana, solo quattro trionfi in otto finali, ultimo successo nel 1982. Il c.t. europeo del Ghana, il serbo “Milo” Rajevac, ex difensore della Stella Rossa, contro il c.t. africano dell’Egitto, l’inossidabile Hassan Shehata, subentrato ad interim a Marco Tardelli nell’ottobre del 2004 e capace di conquistarsi rinnovi e fiducia con vittorie in serie. Per Shehata dopo tre semifinali di Coppa d’Africa perse da giocatore (’74, ’78 e ’80), tre finali vinte da tecnico. E poi l’Egitto macchina da gol, 15 in sei partite, contro il Ghana degli 1-0 (tre consecutivi dopo la sconfitta in apertura contro la Costa d’Avorio) : di fatto appena quattro reti per conquistare il secondo posto. L’Egitto con 19 giocatori su 23 impegnati nel campionato del Paese, il Ghana con 18 tesserati in Europa. Il ghanese Ransford Osei in panchina con il ciuccio in bocca, Mohamed Zidan in campo con in testa disegnati un cuore e un pallone separati dal segno uguale.

Rajevac conferma gli 11 della semifinale, Shehata recupera gli acciaccati Moteab e Zidan ed è costretto ad un cambio: fuori lo squalificato Fathallah dentro Ghaly. Il talismano “Gedo” si accomoda in panchina: non si può non pensare alla scaramanzia. La partita è schiacciata dal peso della posta in palio e dalla stanchezza accumulata dagli egiziani, abitualmente assai piacevoli da vedere, ma oggi appesantiti e poco fluidi. Ci si affida solo a tiri da fuori: buono quello dell’udinese Kwadwo Asamoah, parato, fuori misura quello di Zidan, unici lampi in un primo tempo grigio. Ripresa avviata con tre ammonizioni e una bella punizione di Asamoah Gyan, appena alta. Altri tiracci dalla distanza, poi un pessimo controllo di Moteab a un passo da Kingson. Gyan ci prova altre due volte: una volta la palla scappa via, la seconda quasi scappa via alle burrose mani di El Hadary. L’Egitto rischia, appare stanco e in difficoltà di fronte alla freschezza delle giovani Black Stars e allora Shehata si gioca il jolly. “Gedo” entra al 70’, come sempre, e all’85’ segna un gol spettacolare con un destro a giro al secondo palo dopo uno scambio in velocità con Zidan. Un eroe sconosciuto firma un trionfo meritato.

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(Credits: Filippi Maria Ricci per Gazzetta.it)

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Coppa d'Africa: Algeria vs Mali 1-0 (Sissoko sulla via di casa?)

momo sissoko

Gli anni passano e, nonostante il talento dei propri giocatori continui a crescere, i risultati del Mali non cambiano, anzi. Dopo il pareggio a dir poco rocambolesco nel match d’apertura contro i padroni di casa dell’Angola, recuperando quattro gol e una partita che li aveva visti sotto per più di 75 minuti, le Aquile vengono sconfitte 1-0 dall’Algeria alla seconda uscita in questa Coppa d’Africa e ora rischiano seriamente l’eliminazione. Nemmeno un “duro” come Stephen Keshi riesce a scuotere l’apatia di una squadra che tecnicamente dovrebbe eventualmente stare sotto solo alle primissime del Continente e invece galleggia da tempo nella mediocrità. Alibi, seppur parziale, la serie di infortuni che ha colpito gli uomini chiave di questa nazionale, a partire da Keita: il pupillo di Guardiola è “senza gambe”, senza l’amore per la maglia del suo Paese non sarebbe nemmeno sceso in campo vista la condizione estremamente precaria. Discorso simile per lo juventino Momo Sissoko, lui pure convalescente e a cui visibilmente manca lo spunto della forma adeguata. L’ultima tegola sulla testa del c.t. Keshi è giunta con l’affaticamento di Kanoute, l’attaccante del Siviglia va in campo nella disperata mezz’ora finale ma è fortemente condizionato dalla menomazione e incide poco nella partita. Il primo tempo è molto bloccato, regna l’equilibrio e il desiderio di non scoprirsi troppo. Momo Sissoko e Diarra non aggrediscono mai in avanti ma preferiscono la copertura della difesa in cui è stato giubilato Diamoutene rispetto alla prima uscita. L’assenza di un riferimento riconoscibile al centro dell’attacco è un grave handicap per il 4-2-3-1 delle Aquile maliane che, stante la precaria forma di Seydou Keita, hanno offensivamente qualcosa solo dalle accelerazioni del giovane Modibo Maiga sulla destra. L’Algeria risistema l’assetto dopo il brutto esordio contro il Malawi e, fatto fuori il “vecchio” Rafik Saifi (solo pochi minuti per lui), Saadane prevede un tridente con il senese Ghezzal al centro e Bezzaz e Matmouri (il migliore in biancoverde) sugli esterni. Molti falli, qualcuno pure bruttino (si fa sentire, al solito, Hassan Yebda), fanno da sottofondo a una partita abulica sbloccata da un calcio da fermo: la testa giusta è quella del centrale algerino Rafik Halliche, che batte il portiere Diakitè al 43′, frustando una partita che cambia già dal principio della ripresa. La necessità di riequilibrare il match spinge il c.t. del Mali a chiedere maggiore appoggio sulle fasce (pericoloso Tamboura a sinistra all’inizio del secondo tempo, ma sarà un episodio isolato) e il ritmo del match si alza offrendo transizioni continue e maggiori occasioni da gol ad entrambe le squadre. Gli algerini interpretano però molto bene la partita e non devono compiere miracoli per guadagnarsi i primi punti a questa Coppa d’Africa, rilanciando alla grande il discorso qualificazione.

TABELLINO
MALI-ALGERIA 0-1
MARCATORI: 43′ Halliche (A)
MALI (4-2-3-1): Diakite; Berthe, Soumare, Maiga, Tamboura; Diarra, Sissoko (66′ Fanè); Yatabe (59′ Diallo), Keita, M.Maiga; N’diaye (61′ Kanoute). A disposizione: Sidibe, Bagayoko, Diamoutene, A.Traoré, Sissoko, B.Traore, M.Traore, Sow. Allenatore: Keshi
ALGERIA (4-2-3-1): Chaouchi; Laifaoui, Bougherra, Halliche, Balhadj; Mansouri, Yedba; Matmour (90′ Ziaya), Ziani, Bezzaz (70′ Bouazza); Ghezzal (80′ Saifi). A disposizione: Gaouaoui, Raho, Babouche, Zauoi, Abdoun, Zemmamouche. Allenatore: Saadane
ARBITRO: Ssegonga (Uganda)
AMMONITI: Yedba (A), N’diaye (M), Soumare (M), Diarra (M), Belhadj (A), Fanè (M)

LA CLASSIFICA
Angola 4
Algeria 3
Malawi 3
Mali 1

(Credits: Gazzetta dello Sport)

Intervista a Sissoko: "E' guerra, i togolesi hanno fatto benissimo a ritirarsi"

sissoko maliPanchina, radio, paura. La Coppa d’Africa poteva cominciare decisamentemeglio, per Mohamed Sissoko. Domenica sera, il centrocampista della Juventus ha saltato la gara inaugurale con l’Angola. Al rientro negli spogliatoi, gli è arrivata la notizia che la Juventus era stata bastonata dal Milan. Alla vigilia, aveva seguito con comprensibile preoccupazione l’affaire-Togo. L’unica cosa buona il risultato del Mali, passato dallo 0-4 al 4-4 nello spazio di 16 minuti.

La Juventus è crollata in casa con il Milan.
«Lo so. La notizia mi è arrivata negli spogliatoi, dopo la doccia. Mi hanno inviato un sms. Mi dispiace davvero, è un momentaccio. La Juventus è la mia squadra e perdere mi fa star male».

Ferrara sta vivendo ore difficili.
«Con lui, mi sono trovato bene, ma capisco che quando si attraversano queste situazioni i dirigenti si pongono il problema-allenatore. Il calcio funziona così».

La Juve è partita benissimo, poi si è fermata: che cosa sta succedendo?
«Quando una squadra va in crisi, non esiste solo una spiegazione. Le cause sono tante: infortuni, inserimenti dei nuovi giocatori, la tensione. Passare dal successo alle difficoltà fa crollare l’autostima. Diventa tutto maledettamente difficile».

Perché ha saltato la partita con l’Angola?
«Non ero ancora a posto dopo l’infortunio. Ma contro l’Algeria, giovedì, ci sarò».

Un esordio pirotecnico: dopo 79’ perdevate 4-0, poi in un quarto d’ora è arrivato il pareggio.
«Non voglio cercare scuse banali, ma nel primo tempo non ci stavamo con la testa. Quello che è accaduto ai togolesi, ci ha sconvolto. Non avevamo proprio la testa per giocare a calcio. Ci ha svegliato l’allenatore, Keshi. Nell’intervallo ci ha detto che non potevamo fare una figuraccia, che una squadra deve sempre avere orgoglio e dignità. Siamo andati sotto di altri due gol, ma abbiamo trovato la forza di reagire. La prima rete ci ha dato un’ulteriore scossa,mentre gli angolani hanno perso sicurezza».

Che cosa pensa della decisione del Togo di ritirarsi dalla Coppa d’Africa?
«Penso che hanno preso una decisione giusta. Noi siamo venuti in Angola per giocare al calcio, non per fare la guerra. Quello che è capitato ai togolesi è orribile. Hanno visto morire due componenti della loro selezione. Hanno visto il ferimento di due compagni di squadra. Hanno temuto dimorire. E’ stata la peggiore esperienza della loro vita. Hanno fatto benissimo a tornare a casa».

Ha parlato con qualche giocatore togolese?
«Ho provato amettermi in contatto con alcuni di loro, ma non è stato possibile. I telefoni cellulari suonavano a vuoto. Per i togolesi è stato un incubo».

(Credits: Gazzetta dello Sport)

Coppa d'Africa: incredibile Angola-Mali (Sissoko in panchina…)

kanouteSi è giocata a Luanda, capitale dell’Angola, la partita inaugurale della competizione continentale. Dopo le polemiche per la sparatoria al pullman della squadra togolese (news flash: la squadra è tornata a casa con le 3 bare delle vittime dell’agguato e senza i 9 rimasti feriti, di cui 2 in maniera grave), si torna a parlare di calcio giocato. Nel nuovo stadio costruito per l’occasione il pubblico è festoso, e si vede curiosamente anche qualche antilope tra gli spalti. La formazione del Mali (che seguiremo per tutto il torneo), allenata da mister Stephen Keshi, vede Sidibe (1) in porta; difesa a quattro con Berthe (2) a destra, Tamboura (3) a sinistra, Soumare e Diamoutene (5) in mezzo; centrocampo a 3 con Bakaye (15) a sinistra, Mahamane (17) al centro, capitan Mahamadou Diarra (6) sul centrodestra; in attacco Maiga (10) e Bagayoko (9) a supporto del bomber Kanoute (19). Seidou Keità è in panchina per scelta tecnica, mentre il “nostro” Momo Sissoko (18) è out per infortunio e assiste da bordo campo. Dall’altra parte la squadra di casa allenata da mister Manuel Josè schiera Carlos (13) in porta; difesa a tre con Zuela (10) a sinsitra, capitan Kali (5) al centro e Marques (15) a destra; a centrocampo Chara (8) davanti alla difesa, Mabina (21) a destra, Gilberto (11) a sinistra, Dedè (19) e Stelvio (20) centrali; in attacco Flavio (16) e Manucho (23). La stella Mantorras è solo in panca per scelta tecnica.

L’Angola è una formazione non più giovanissima, ma molto ben collaudata. Qualificatisi ai mondiali di Germania 2006 (storico il pareggio col Messico), non hanno bissato l’impresa per Sud Africa 2010, ma hanno potuto preparare al meglio l’evento che li vede padroni di casa con diverse amichevoli di alto livello. Il Mali, come detto privo di Sissoko, in panchina, è una delle squadre che si propone come outsider con serie ambizioni di titolo, dopo aver raggiunto nelle precedenti edizioni un secondo posto e tre quarti posti.

Dopo il doveroso minuto di raccoglimento, le squadre iniziano a giocare in maniera molto contratta. La prima mezzora scorre rapidamente senza grandi sussulti. Al 37′ ci pensa l’attaccante Flavio a ravvivare la serata trasformando con un bel colpo di testa in avvitamento una punizione tagliata battuta da Gilberto (il migliore dei suoi). Passano appena 5′ e l’attaccante nuovamente su colpo di testa bissa l’1-0 siglando una splendida doppietta. E’ un colpo per molti da K.O., ma non lo sarà. Nella ripresa infatti i giocatori del Mali scendono in campo con largo anticipo, facendo gruppo in mezzo al terreno di gioco e trovando tra di loro le giuste motivazioni per l’impresa. I primi 10 minuti sono un assalto, poi l’Angola si riprende e trova altri 2 gol. Al 67′ Bagayoko stende con un maldestro fallo Gilberto in area di rigore, pochi centimentri al di là della linea. Gilberto realizza, l’arbitro annulla e impone la ripetizione. Ritira Gilberto, cambia angolo ed è di nuovo centro. Al 74′ è ancora Gilberto che viene steso in area da Keita, che lo trattiene vistosamente per la maglietta. Batte Manucho ed è 4-0. Partita che sembra in carrozza per l’Angola, tutti ormai la danno per vinta. Ma nel calcio mai dire mai. Al 79′ infatti una mezza papera del portiere dell’Angola che non trattiene un pallone in area, genera una ammucchiata con zampata vincente di Seidou Keita (entrato sul finire del primo tempo). Passano 10 minuti ed è Kanoutè a siglare il gol del 4-2 con uno splendido colpo di testa magistralmente indirizzato all’angolino (complice la difesa “allegra” di Zuele). Si arriva così al recupero: l’arbitro ne assegna 4, e il Mali ci prova. Al 93 cross in area e gol al volo di sinistro di Keita, che firma la sua personale doppietta. Settantacinque secondi dopo nuovo cross in area, difesa ancora una volta larghissima, tiro di Berthe, miracolo del portiere e ribattuta vincente in tap-in da due passi di Yattabare per il definitivo 4-4.

Quattro gol in rimonta in 10 minuti non li avevamo ancora visti. Neanche Sissoko, che se la ride in panchina…

Sangue e morti in Angola. Il dramma della Cabinda e la tragedia togolese

cabinda scortaLa Cabinda è una regione dell’Angola estremamente ricca di petrolio, abitata da appena 300.000 persone che vivono tutte sotto la soglia di povertà. Da oltre trent’anni i gruppi armati del FLEC – Fronte di Liberazione della Cabinda – si oppongono alle forze di sicurezza angolane chiedendo l’indipendenza per la regione. Si tratta di una regione in guerra dal 1963, prima contro il dominio portoghese e poi contro i Governi angolani di Agostino Nieto e di Eduardo Dos Santos. La popolazione della Cabinda non ha mai accettato di appartenere allo Stato dell’Angola e, a partire dall’indipendenza dell’Angola avvenuta nel 1975, chiede l’istituzione di uno stato proprio e indipendente. Il governo angolano non vuole però rinunciare agli ingenti giacimenti di idrocarburi presenti nell’area, i cui profitti finanziano il conflitto interno. Dal 2004, inoltre, l’Angola è diventato il secondo fornitore di petrolio degli USA, passando da governi filo-marxisti all’appoggio (con tanto di invio di truppe!) alle missioni americane in Iraq e Afghanistan. Ovviamente, è uno dei paesi più poveri al mondo, costantemente agli ultimi posti nelle statistiche che misurando gli indici di sviluppo umano nei diversi Paesi. Più della metà degli 1,4 milioni di barili di petrolio estratti quotidianamente in Angola provengono dalla regione di Cabinda. Di fronte alle richieste separatiste, è perciò intuibile come il Governo abbia ripetutamente risposto con violente repressioni, commettendo innumerevoli crimini sulla popolazione al fine di continuare ad assicurarsi i proventi dello lo sfruttamento del petrolio. Da oltre trent’anni gruppi armati FLEC si oppongono alle forze di sicurezza angolane che rispondono con violente rappresaglie, arresti arbitrari, torture, stupri e atti di terrore contro la popolazione civile. Se Cabinda dovesse ottenere l’indipendenza le riserve petrolifere la renderebbero una delle nazioni tra le più ricche dell’Africa. Per questo ogni forma di resistenza nell’enclave di Cabinda viene soppressa brutalmente. La popolazione civile della piccola regione di Cabinda è stretta nella morsa della guerra tra l’esercito e il movimento di liberazione, tanto che nell’ottobre del 2006 è stato chiesto un intervento urgente della Commissione per i diritti umani dell’Unione Africana. La richiesta è, ad oggi, ancora sul tavolo in attesa di essere presa in considerazione.

Non c’è da meravigliarsi perciò se il 6 gennaio, in un messaggio video, il leader del movimento di lotta per l’indipendenza annunci di fatto la sparatoria al pullman di Adebayor & compagni con queste dichiarazioni: ““Il FLEC non è responsabile degli atti che rientrano nella lotta di liberazione durante la Coppa d’Africa. (…), la nostra lotta non si fermerà con la Coppa d’Africa. (…) I responsabili politici africani sono ormai avvertiti, per cui non sorprendetevi del clima di guerra che regna in Cabinda”. Che possa perciò destare scandalo e impressione a noi italiani, così lontani da questi conflitti interni e anche piuttosto ignoranti in materia di politica estera, ci può stare. Noi siamo ancora qui a parlare di regime fascista da una parte e di dittatura comunista dall’altra, mente altrove certe cose le provano davvero sulla loro pelle, e non sono spot elettorali. Oggi molti di noi hanno imparato cosa sia la Cabinda, hanno imparato che c’è una strage in corso di cui nessuno parla, hanno imparato che, mentre noi tra uno spumante e un panettone brindavamo all’anno nuovo, qualcuno pensava ad un gesto estremo, disperato, fregandosene del calcio, della FIFA, della CAF e della Coppa d’Africa.

L’estrazione petrolifera ha causato alla regione di Cabina una serie di impatti ambientali, sociali, economici e politici devastanti. Tanta ricchezza ha portato alla popolazione locale solo soprusi, violenza e miseria:  l’organizzazione Global Witness indaga da anni sulle condizioni dell’estrazione petrolifera in Angola e continua a chiedere al governo maggiore trasparenza nel settore dell’economia petrolifera. Lontano dagli occhi dell’opinione pubblica mondiale, l’esercito angolano commette crimini gravissimi contro la popolazione civile con lo scopo di assicurarsi lo sfruttamento del petrolio; secondo un rapporto redatto e pubblicato dall’organizzazione Human Rights Watch, i 300.000 abitanti della Cabinda sono vittima di una serie inarrestabile di stupri, arresti arbitrari, fucilazioni e torture. Gli abusi più frequenti sono costituiti dalle detenzioni arbitrarie: persone arrestate e trattenute in alcuni casi per settimane o mesi, con l’accusa di essere guerriglieri o collaborazionisti del FLEC – Fronte di Liberazione della Cabinda. Frequenti sono anche le esecuzioni sommarie. Accanto alle forze armate governative sono presenti società militari straniere che forniscono personale di sicurezza a pagamento per la protezione degli impianti petroliferi. Tra esse AirScan, MPRI e Executive Outcomes; a livello ambientale, l’estrazione petrolifera ha causato l’inquinamento dei terreni e dei corsi d’acqua, soprattutto a causa delle perforazioni su terra ed off-shore. E’ stata registrata la presenza di frequenti disturbi fisici nelle comunità residenti nelle zone interessate all’estrazione; a causa delle violenza e dell’inquinamento le coltivazioni di sussistenza sono state in gran parte abbandonate e la popolazione non riesce a procurarsi le risorse per sopravvivere; il costo della vita nella regione è notevolmente più alto che nel resto del paese in conseguenza del giro d’affari delle compagnie petrolifere nella zona.

Certo, lo sapevano bene alla CAF (e anche in Togo). Mandare qui

Cabinda

una squadra di calcio in ritiro era rischioso, figuriamoci se in pullman e senza scorta. E francamente fa rabbia sentire certi commenti del comitato organizzatore che, modello scaricabarile, attribuiscono ogni colpa dell’accaduto alla Federazione del Togo, rea di aver mandato la propria rappresentativa in Angola in pullman e non in aereo (se solo avessero avuto i soldi….).  Ma questo non è più “calcio”. Dopo che in serata sono saliti a tre i morti ufficiali (bilancio purtroppo ancora provvisorio), e dopo che il governo del Togo si è visto costretto a far atterrare a Luanda un aereo militare per far tornare la squadra in patria, giunge pure la beffa: come testimoniato da ESPN, il Togo potrebbe essere sospeso dalle competizioni internazionali a tempo indeterminato e rischiare 50.000 $ di multa (li avessero…) se dovesse ritirarsi. Il suo posto sarebbe dovuto essere preso dal Marocco (ma non c’è tempo). The show must go on. E allora nella notte c’è stata una lunga riunione tra gli organizzatori angoliani e il team togolese, nella quale si è riusciti a convincere Adebayor & co. a restare: “Abbiamo deciso nella notte di giocare, all’unanimità. Non siamo codardi”. Ma questo non è più “calcio”, dicevamo. La questione è diventata “politica” al 100%, col governo del Togo che non intende darla vinta e anzi prosegue nell’intenzione di ritirare la squadra e boicottare la Competizione dichiarando tre giorni di lutto nazionale.

Nel frattempo i separatisti dell’enclave angolana di Cabinda, autori dell’attacco alla nazionale di calcio del Togo, hanno detto oggi che «le armi continueranno a parlare» a Cabinda. Le dichiarazioni sono state fatte al telefono da Rodrigues Mingas, responsabile del gruppo separatista che ha rivendicato l’attacco contro la delegazione del Togo alla Coppa d’Africa. L’agguato di due giorni fa nel quale sono morte tre persone (l’autista del pullman e due membri non giocatori della squadra), è stato rivendicato dal Fronte armato di Liberazione nazionale (Flec) che vuole l’indipendenza di quell’enclave angolana ricca di petrolio. Oggi, contrariamente alla volontà fin qui espressa da alcuni giocatori, il governo del Togo ha fatto sapere di voler richiamare in patria la squadra ritirandola di fatto dal torneo. Mingas, parlando al telefono da Parigi dove vive in esilio, ha spiegato: «Siamo in guerra e tutti i colpi sono consentiti». Mingas, che è segretario generale delle Forze di liberazione dello stato di Cabinda-Posizione militare, ha rimproverato al presidente della Confederazione africana del calcio, Isaa Hayatou, di aver deciso di mantenere sette partite di Coppa d’Africa nell’enclave separatista. «Questo continuerà perché il paese è in guerra, e perché il signor Hayatou si è intestardito», ha concluso.

Il presidente della Fifa, Joseph Blatter, ha espresso la sua «fiducia nell’Africa», a cinque mesi dai Mondiali in Sudafrica, in una lettera aperta ad Issa Hayatou, presidente della Confederazione di calcio africana (Caf), dopo l’attacco al pullman che portava la Nazionale del Togo in Angola per la Coppa d’Africa. Il testo della lettera di Blatter è stato diffuso dalla Fifa sul proprio sito. «Ho fiducia nell’Africa – fa sapere Blatter – e forti di questo organizzeremo insieme la competizione di punta del calcio mondiale nel 2010. Questa situazione terribile non può far dimenticare che il calcio africano ha scritto bellissime pagine della storia del calcio mondiale: l’Africa è la culla di gioielli puri del calcio». Poi Blatter assicura ad Hayatou il suo «massimo appoggio nel momento in cui una delle Federazioni che fanno parte della FIFA e della CAF è vittime di eventi tragici. La FIFA e io personalmente abbiamo un pensiero particolarmente commosso per le vittime e ci associamo totalmente al dolore delle loro famiglie e dei loro cari».

Parole da “politico”, appunto. Auguri a tutti i partecipanti per il resto del torneo e per i prossimi Mondiali di Sud Africa 2010.

Coppa d'Africa Angola 2010. Occhi puntati su…

costa d'avorioEssendo disponibili le liste dei convocati alla prossima Coppa d’Africa possiamo andare a fare un breve excursus riguardo ai giocatori da tenere d’occhio. Ovviamente, però, ci concentreremo su quei giocatori meno conosciuti: a questa Coppa d’Africa infatti, come vedremo, parteciperanno anche numerosi giocatori già affermati e riguardo cui ci sarebbe ben poco da dire. Consigliarvi di seguirli risulterebbe piuttosto banale. Andiamo quindi con ordine, gruppo per gruppo, squadra per squadra, a conoscere un po’ di possibili outsider, di possibili rivelazioni di questa Coppa d’Africa.

Gruppo A

Angola: pochi sono i giocatori già conosciuti dal grande pubblico ed un minimo affermatisi nei principali campionati europei. Tra i 23 convocati da mister Jose spiccano i nomi di Pedro Mantorras, punta in forza al Benfica, Manucho, punta nativa di Luanda attualmente al Real Valladolid e con all’attivo presenze in Manchester United, Panathinaikos ed Hull City, e Flavio, punta attualmente in forza all’El Shabab. Tra gli altri un nome da tenere sicuramente d’occhio è quello di Djalma Braume Manuel Abel Campos, anche noto come Campos Djalma, ventiduenne punta nativa di Luanda che dopo aver passato la sua carriera giovanile tra il Loures e l’Alverca è approdato nel 2006 al Maritimo, squadra nella quale gioca ancora tutt’oggi. Sembra essere lui, figlio dell’ex Benfica Abel Campos, l’erede del grande Akwa, uno dei giocatori più forti della storia del calcio angolano nonché eroe della qualificazione delle Antilopi Nere agli scorsi Mondiali.

Mali: qui i giocatori noti sono molti, alcuni dei quali si possono definire anche star. Dal barese Diamoutene al madridista Diarra, passando per il blaugrana Keita, il bordolese Traore, lo juventino Sissoko fino ad arrivare al sivigliano Kanoutè. Una serie di nomi davvero importanti che costituiscono la spina dorsale di una squadra in rapida crescita che andrà in Angola pronta a puntare al titolo in veste di outsider. Tra i giocatori meno conosciuti spicca invece, almeno per gli addetti ai lavori, il nome di Soumbeila Diakitè, venticinquenne portiere e capitano dello Stade Malien che in patria è già considerato un eroe: è stato lui, infatti, a guidare il suo club alla recente conquista della CAF Confederations Cup, torneo che è assimilabile alla nostra Europa League. Maiuscolo in tutti gli incontri che hanno visto scendere in campo la sua squadra (impegnata dal secondo turno in poi e capace di avere la meglio su Stade Tunisien, JSM Bejaia e Ittihad Khemisset nei turni qualificatori, Bayelsa United, Primeiro de Agosto ed Haras el Hodood nel corso del girone, ENPPI in semifinale e, infine, ES Setif in finalissima) si è poi erto ad eroe assoluto nel corso del match decisivo: dopo il 2 a 0 dell’andata, infatti, il suo Stade Malien è riuscito in casa propria a ribaltare il risultato andando a riequilibrare le cose. Furono quindi necessari i calci di rigore per definire la squadra vincitrice e qui Diakité diede il meglio di sè: tre rigori parati e Coppa in cassaforte. Per la prima volta nella sua storia, quindi, lo Stade Malien si è imposto al di fuori dei confini del suo paese. Diakitè la cui esperienza, comunque, non è solo relativa al continente africano: nel 2003 disputò il Mondiale under 20 che si giocò negli Emirati Arabi, l’anno successivo partecipò invece alle Olimpiadi di Atene dove riuscì a vincere il proprio girone (davanti a Corea del Sud, Messico e Grecia) salvo poi essere eliminato ai quarti dall’Italia. Soumbeila, insomma, è sicuramente un giocatore da tenere d’occhio. Anche se, in realtà, non è nemmeno così scontato scenda in campo. La lotta per un posto da titolare infatti sarà durissima: c’è da sconfiggere la concorrenza di niente popò di meno che Mahamadou Sidibe, portiere dell’AC Omonia con novanta presenze in nazionale alle spalle.

Malawi: i giocatori del Malawi sono invece per lo più tutti sconosciuti. Potremmo dire ci sia quindi l’imbarazzo della scelta. Dovendo però fare un nome mi butto su Chiukepo Msowoya, 21enne punta in forza all’Armée Patriotique Rwandaise FC, società Ruandese di Kigali meglio conosciuta come APR FC, che decise l’ultimo match giocato dalle Flames contro gli attuali campioni continentali egiziani. Ma non solo: nel corso delle qualificazioni, infatti, Msowoya è riuscito a centrare il bersaglio grosso in ben sei volte su dieci match giocati, segnando cinque di queste reti in partite iniziate dalla panca. Tutte sostituzioni capaci di portare la luce nel gioco del Malawi, potremmo dire. E non ci sarebbe nemmeno nulla di strano: Msowoya, infatti, ha militato nel Super ESCOM, club della compagnia elettrica del suo paese con sede a Blantyre. Sarà quindi in lui e nei suoi goal che coach Phiri cercherà di trovare la via per un passaggio del turno che si prospetta realmente molto ostico.

Algeria: se giusto un esperto di calcio africano può conoscere i giocatori convocati nel Malawi le cose cambiano parlando della nazionale che fu di Meftah e Madjer. Tra i convocati di mister Saadane, infatti, troviamo un buon numero di giocatori più o meno noti: Bougherra, Belhadj, Yahia, Mansouri, Saifi, Ziani, Yebda, Meghni, Bezzaz, Ghezzal e Bouazza sono tutti giocatori che militano – o hanno militato – in club europei e ai tifosi più attenti diranno sicuramente qualcosa. E in un club del Vecchio Continente milita anche il giocatore su cui focalizziamo l’attenzione: Karim Matmour. Nato il 25 giugno del 1985 a Strasburgo crebbe calcisticamente proprio tra le fila del Racing fino ad arrivare a giocare nella formazione riserve di quel club. Nel 2003, tra l’altro, aiuta la sua squadra ad arrivare alla finale della Gambardella Cup, partita che però non può giocare per via della rottura di tibia e perone subita a pochi giorni dal match. Nel 2004, quindi, pare voler lasciare il calcio tanto che decide di tornare a giocare nella squadra in cui tirò i primi calci ad un pallone, finendo quindi tra gli amatori del Vauban. Qui però resta davvero pochino: verso dicembre arriva la chiamata del Friburgo, club nel quale passa un annetto con la squadra riserve prima di disputare un’ottantina di match in poco più di due stagioni disputate in Zweite Liga. E furono proprio le sue prestazioni di questo periodo a fargli guadagnare la nazionale: la prima chiamata, infatti, avvenne in occasione del match giocato contro la Libia il 6 febbraio del 2007. Il tutto prima che, siamo nell’estate del 2008, il Borussia Moenchengladbach lo acquisti pagando due milioni di euro al suo precedente club. Recentemente è stato eletto come rivelazione algerina del 2009 ed è ormai una realtà molto solida del paese nordafricano tanto da essere considerato quasi imprescindibile da coach Saadane, che solitamente lo schiera sulla destra del suo centrocampo. E se in Algeria hanno ormai imparato ad apprezzarlo chissà che l’Angola ed il Sud Africa non lo facciano apprezzare anche al di fuori del suo paese d’origine, l’Algeria appunto, e del suo paese d’adozione, la Germania.

Gruppo B

Costa d’Avorio: gli Elefanti sono senza dubbio una delle squadre più quotate dell’intero continente africano, il tutto perché in una rosa ricca di individualità importanti (Eboue, Meite, Boka, Kolo e Yaya Toure, Demel, Zokora, Kalou, Gervinho, Kone e Dindane) possono vantare anche una superstar come Didier Drogba. L’outsider su cui puntare, quindi, potrebbe essere quel Souleymane Bamba che è attualmente uno dei punti di forza degli scozzesi dell’Hibernian. Ma andiamo con ordine: nato il 13 gennaio del 1985 ad Ivy-sur-Seine entra a 14 anni nelle fila delle formazioni giovanili del PSG, squadra in cui impressiona tutti per le sue qualità fisiche ed in cui riesce ad arrivare a disputare due match in prima squadra nella stagione 2005/2006, l’ultima passata in quel di Parigi. Quando sembra che tutto vada per il meglio, però, succede il patatrac: Vahid Halilodzic (guarda caso lo stesso che allena ora la nazionale ivoriana) lascia il PSG ed il rapporto con il suo successore, Laurent Fournier, non è altrettanto buono. A questo si aggiunge il rifiuto – consigliato dal suo procuratore che pare fosse sicuro di poterlo portare niente popò di meno che alla Juventus – di firmare un contratto professionistico con il club parigino. Le due cose sommate lo portano  ad abbandonare il club in cui è cresciuto. Dopo un periodo di prova, quindi, Bamba firma per il Dunfermline Atlethic, iniziando la sua esperienza scozzese. Dopo due stagioni viene dato in partenza per Watford ma l’affare salta e ad acquistare Bamba ci pensa il Motherwell, cui bastano cinquantamila sterline per convincere il suo vecchio club a lasciarlo partire. Ed è proprio nel Motherwell che Souleymane firma la sua prima rete da professionista: è il 22 agosto del 2009 ed il suo club è opposto al Falkirk. L’esperienza calcistica di Bamba, comunque, non si limita ai campionati giovanili francesi ed a quelli professionistici scozzesi. Il ragazzo, infatti, è stato un punto di forza delle under ivoriane con cui ha giocato il Mondiale under 20 del 2003, l’African Youth Championship del 2005 ed il Torneo di Tolone del 2008 oltre alle Olimpiadi disputatesi quello stesso anno. 2008 che è anche l’anno in cui Bamba ha ricevuto la sua prima chiamata in nazionale maggiore, rappresentativa con cui ha sinora collezionato 12 presenze.

Burkina Faso: non sarà certo paragonabile alla Costa d’Avorio ma qualche giocatore interessante lo si può trovare anche tra le fila degli Stalloni. Alla loro tredicesima partecipazione ad una Coppa d’Africa (settima consecutiva) i burkinesi potranno contare sull’apporto del marsigliese Kabore, dell’amburghese Pitroipa, di Ouattara del Kaiserslautern, di Sanou del Colonia e di Kone del Cluj. Il giocatore su cui vogliamo concentrare le nostre attenzioni è però Habib Bamogo, ventisettenne punta parigina che dopo aver giocato in Montpellier, Marsiglia, Nantes e Celta Vigo è dal 2007 a Nizza. Bamogo che non ci si aspetterebbe di vedere con addosso questa maglia essendo stato in gioventù un nazionale francese ma che per via dei nuovi regolamenti FIFA puà vestire la maglia degli Stalloni in quanto avente doppia nazionalità e non avendo mai esordito nella nazionale maggiore transalpina. Dopo ben sei anni di corteggiamento, quindi, Habib ha deciso di cedere alle avances del suo paese di origine così che nel 2009 è arrivato il suo debutto con la nazionale attualmente guidata da Paulo Duarte. Bamogo che si è subito imposto nella nuova realtà e nonostante il suo nome possa non essere altisonante è già considerato come una delle colonne di questa nazionale.

Ghana: anche le Black Stars, esattamente come gli Elefanti, sono una delle nazionali più quotate del Continente Nero ed arrivano a questa rassegna continentale per provare a centrare il bersaglio grosso. Per farlo coach Rajevac potrà contare su diversi giocatori molto noti come Essien, Gyan e Kwadwo Asamoah, Amoah, Mensah e Kingson oltre che su giovani di grande talento come il neo milanista Adiyah e Ransford Osei, le due stelline del  Ghana laureatosi campione Mondiale Under 20 lo scorso ottobre. L’outsider su cui puntare in questo caso è quindi Anthony Annan, ventitreenne centrocampista centrale nativo di Accra cresciuto tra le fila di Super Rainbow Stars, Venomous Vipers, S.C. Adelaide e Sekondi Wise Fighters prima di esordire come senior nelle fila dei Sekondi Hasaacas FC e disputare un paio di campionati nell’Accra Hearts of Oaks. Da qui, nel gennaio 2007, lo sbarco in Norvegia, più precisamente all’I.K. Start. Dopo mezza stagione in quel di Kristiansad, quindi, il prestito allo Stabaek come antipasto al passaggio, giunto nell’estate del 2008, al Rosenborg, squadra in cui milita tutt’ora. Annan che proprio quell’estate fu seguito dal Blackburn, con Paul Ince in persona che pare rimase molto impressionato dalle sue qualità, e ci furono rumors anche riguardo a dei presunti interessamenti da parte di Arsenal ed Everton. Alla fine, però, non se ne fece nulla ed Anthony firmò, come detto, per il Rosenborg. Buon fisico, atletismo straripante, Annan potrebbe risultare fondamentale per le sorti delle Black Stars: in Angola, infatti, mancheranno due dei pilastri del centrocampo ghanese, Appiah e Muntari. Dovrebbe essere lui, quindi, a farne le veci, occupando il posto adiacente a quello preso da Essien al centro del campo.

Togo: anche la nazionale allenata da Velud, così come quella con cui abbiamo aperto le danze inerentemente a questo girone, può contare su di una punta di fama internazionale che gioca in Premier League, quell’Emmanuel Adebayor passato in estate dall’Arsenal al Manchester City. Adebayor che sarà comunque solo la stella di una nazionale che può contare anche sull’apporto di Agassa dell’Istres, Akakpo del Vaslui, Toure del Leverkusen, Salifou dell’Aston Villa, Romao del Grenoble, Gakpe del Monaco e Dossevi del Nantes. Ma non solo: gli Sparvieri potranno infatti contare anche sull’apporto di Abdoul-Gafar Mamah, ventiquattrenne nativo di Lomé che dopo aver trascorso quattro anni nell’Academy del Bristol City tornò in patria per disputare tre stagioni nel Gomido prima di trasferirsi in Gabon per passarne una nell’FC 105 Libreville. La sua carriera in nazionale è piuttosto controversa: questa, infatti, è la sua seconda Coppa d’Africa. La prima la disputò solo sedicenne: era il 2002 e Tchanile Bana decise di portarlo con sè in Mali in quella spedizione piuttosto fallimentare (terminata con due soli punti frutto dei pareggi con Costa d’Avorio e Congo e del pesante 3 a 0 subito contro il Camerun) per i suoi. Nel 2006, quindi, partecipò, suo malgrado, alla Coppa d’Africa disputatasi in Egitto. Suo malgrado perché le pessime prestazioni offerte nelle due gare in cui scese in campo gli costarono il posto tanto da finire estromesso dalla lista dei 23 giocatori che andarono quell’estate stessa a disputare il Mondiale tedesco. Per riprendersi dallo sconforto, oltre che per riprendersi una maglia da titolare in nazionale, Mamah compì quindi una scelta coraggiosa ed accettò l’offerta dello Sheriff Tiraspol, club moldavo tra le cui fila Abdoul-Gafar è riuscito ad imporsi sino a riconquistare saldamente un posto in nazionale.

Gruppo C

Egitto: i bicampioni in carica si presentano ai nastri di partenza guidati dal loro solito condottiero, Hassan Shehata, oltre che da un manipolo di giocatori considerabili delle vere e proprie star nella terra dei Faraoni ma poco conosciuti ai più al di fuori dei confini egiziani. Tra questi gli unici un poco più noti nel Vecchio Continente sono Zidan, che gioca a tutt’oggi nel Borussia Dortmund, Ahmed Hassan e Wael Gomaa dell’Al-Ahly (la squadra egiziana) ed Hosny dell’Al-Ahli (la squadra del Dubai). Ancora poco conosciuto è invece Shikabala, giocatore che però potremmo presto imparare a conoscere dato che su di lui è dato il Napoli. La generazione che ha reso grande, almeno sul suolo continentale, l’Egitto sta arrivando ormai a tirare i propri ultimi calci ad un pallone. Dopo questa Coppa d’Africa, infatti, molti di quei giocatori probabilmente abbandonerà la nazionale. Quale modo migliore per farlo se non vincere la propria terza Coppa d’Africa di seguito (impresa, quella di vincere per tre volte consecutivamente un torneo continentale, riuscita fino ad oggi solo all’Argentina tra il 1945 ed il 1947, l’Iran tra il 1968 ed il 1976 ed il Messico tra il 1993 ed il 1998)? Nel frattempo, però, Shehata non può non cominciare a dare spazio anche a giocatori più giovani e meno conosciuti, ragazzi che rappresentano il futuro del calcio egiziano. Tra questi vorrei porre l’attenzione su Ahmed Al-Muhammadi, ventiduenne jolly di fascia destra nativo di El-Mehalla El-Kubra che tirò i primi calci ad un pallone nel Ghazl El-Mehalla, squadra con cui disputò anche due stagioni tra i pro. Nel 2006, quindi, il passaggio all’ENPPI, squadra nella quale milita tutt’ora ma che potrebbe lasciare presto per sbarcare in Premier: negli ultimi tempi sono state numerose le voci che lo hanno accostato ai club di prima divisione inglese. Non solo rumors comunque: lo scorso luglio, infatti, Ahmed andò addirittura ad effettuare un periodo di prova per il Sunderland, che decise però poi di non ingaggiarlo. Ex nazionale giovanile egiziano Al-Muhammadi ha compiuto il suo esordio nella nazionale maggiore dei Faraoni nell’agosto 2007 per poi effettuare ben 32 presenze con quella maglia addosso. Tra queste anche quella che lo vide impegnato in Confederations Cup la scorsa estate contro il Brasile, match che finì però per lui anticipatamente in quanto che venne espulso nel finale per un fallo con cui regalò anche il rigore della vittoria alla nazionale carioca. Il futuro, comunque, è dalla sua parte e questa Coppa d’Africa potrebbe fargli fare il definitivo salto di qualità, portandolo quindi a trasferirsi finalmente in Europa.

Nigeria: le Super Aquile sono tra le scuole africane più apprezzate in tutto il mondo. A riprova di ciò basti pensare ai giocatori che ne compongono attualmente la rosa che sono, chi più chi meno, tra i punti di forza di varie squadre europee: Enyeama (Hapoel Tel Aviv), Yobo (Everton), Taiwo (Olympique Marsiglia), Shittu (Bolton), Odiah (CSKA), Apam (Nizza), Obi Mikel (Chelsea), Olofinjana (Hull City), Uche (Almeria), Etuhu (Fulham), Kanu (Portsmouth), Obasi (Hoffenheim, Ayegbeni (Everton), Martins (Wolfsburg), Odemwingie (Lokomotiv) ed Obinna (Malaga). Tra questi uno dei meno conosciuti, ma nel contempo dei più interessanti, è Chinedu Obasi, ventitreenne ala nativa di Enugu cresciuta tra River Lane Youth Club Enugu, Sheil Academy e J.C. Raiders che esordì tra i professionisti nel 2005 quando il Lyn, club norvegese, puntò su di lui dopo averlo visionato nel corso dei Mondiali under 20 di quell’anno in cui il ragazzo segnò tre reti trascinando i suoi al secondo posto alle spalle solo dell’Argentina di Messi. Obasi che tra l’altro a livello giovanile si è saputo far ben rispettare per quanto concerne le competizioni internazionali: indossando la maglia delle Super Aquile, infatti, Obasi ha ottenuto i secondi posti al Mondiale under 17 del 2001, al Mondiale under 20 del 2005 ed alle Olimpiadi del 2008. Chinedu che, tra l’altro, in Norvegia ebbe di che divertire e divertirsi tanto che venne eletto come miglior giocatore del mese dell’intero campionato nell’agosto del 2006 per poi quindi essere eletto come miglior giovane di quella stagione al termine della stessa. Nel 2007, poi, il trasferimento in Germania, più precisamente all’Hoffenheim, dove sta tenendo sinora una media di circa un goal ogni due partite. In realtà Obasi non sarebbe dovuto partire per l’Angola. L’infortunio occorso a Micheal Eneramo, però, gli ha schiuso le porte della Coppa d’Africa e lui, c’è da esserne certi, farà di tutto per farsi trovare più che pronto a quest’appuntamento.

Mozambico: se le prime due squadre – nonché grandi favorite – di questo girone hanno diversi giocatori conosciuti le altre due non possono dire altrettanto. Il Mozambico di coach Mart Nooij, ad esempio, non ha nomi capaci di far vibrare le folle europee. Nonostante questo, comunque, qualche giocatore discreto c’è. E’ il caso ad esempio del trentaseienne Manuel Bucuane, meglio conosciuto come Tico-Tico. Nativo di Maputo vanta un’esperienza internazionale quasi ventennale (il suo primo match in nazionale, infatti, lo disputò nel 1992) e nel corso della carriera ha giocato nei posti più disparati: dal campionato di casa sua (disputato con il GD Maputo) a quello sudafricano, in cui milita tutt’ora (Jomo Cosmos), passando per quello portoghese (giocò due anni nell’Estrela Amadora) sino ad arrivare a quello USA (Tampa Bay Mutiny). Un bagaglio di esperienza non di altissimo livello ma sicuramente formativo per quello che è considerato il secondo miglior giocatore della storia mozambicana dietro niente popò di meno che al mitico Eusebio. Vedremo quindi se Manuel saprà mettere a frutto questo bagaglio d’esperienza in quella che probabilmente sarà l’ultima chiamata per la sua carriera: la Coppa d’Africa 2010.

Benin: così come il Mozambico anche il Benin di mister Dussuyer non può vantare molti nomi noti fatto salvo quello di Stephane Sessegnon, stella del PSG. Tra i tanti semi-sconosciuti o sconosciuti totali di questa rosa, quindi, uno di quelli che potrebbe meglio impressionare è Mohamed Aoudou, ventenne punta nativa di Aplahoué che da questa stagione milita nell’Evian TG, club militante nel campionato National francese. In patria è già una sorta di eroe nazionale: in trentanove soli minuti di gioco – raccolti in tre diverse presenze – con addosso la maglia degli Scoiattoli, infatti, Mohamed è già stato capace di segnare due reti. Goal, questi, capaci di farlo uscire dall’anonimato per renderlo, appunto, uno dei giocatori più attesi di questo Benin.

Gruppo D

Camerun: anche la nazionale guidata da Le Guen essendo una delle grandi d’Africa si presenta ai nastri di partenza con molti giocatori conosciuti. Tra questi vi sono ad esempio Kameni, Alex e Rigobert Song, Chedjou, Nkolou, Geremi, Mandjeck, Bikey, Mbia, Nguemo, Makoun, Eyong, Emana, Tchoyi e Webo oltre, ovviamente, ad una superstar: Samuel Eto’o. Il nome su cui è però giusto soffermarsi è quello del più giovane del gruppo: Joel Matip. Nato a Bochum diciotto anni fa, infatti, il roccioso difensore in forza allo Schalke 04 iniziò prestissimo a tirare calci ad un pallone: a soli tre anni iniziò la sua carriera giovanile nell’SC Weitar 45. A sei, quindi, la chiamata del Bochum, dove restò altri tre anni. Nel 2000, infine, l’approdo alle giovanili dello Schalke, squadra con cui ha debuttato in Bundesliga lo scorso 7 novembre.  In realtà la sua partecipazione alla Coppa d’Africa non è così scontata. Il ragazzo parrebbe infatti aver rifiutato la chiamata della nazionale maggiore per questa Coppa d’Africa, forse perché consapevole del fatto che la sua accettazione gli avrebbe precluso la possibilità di essere poi chiamato in un eventuale futuro dalla nazionale tedesca. In queste ore, quindi, Le Guen dovrà derimere la questione anche se pare si stia andando verso una sua esclusione dalla lista convocati. E certamente sarebbe un peccato: il Camerun perderebbe un giovane interessantissimo oggi ma, soprattutto, rischierebbe di perdere una colonna del domani.

Gabon: anche gli Azingo sono guidati da un francese. Se il Camerun è guidato da Paul Le Guen, infatti, il Gabon è nelle mani di Alain Giresse. L’ex nazionale transalpino però non ha, a differenza del suo connazionale, una rosa composta da giocatori conosciutissimi. I soli ad esserlo un minimo sono Moulongui del Nizza, Cousin dell’Hull City e, per gli osservatori più attenti del nostro calcio giovanile, i fratelli Pierre-Emerick e Willy Aubameyang (figli di Pierre, difensore con vent’anni di professionismo e più di 200 presenze in Ligue 1 alle spalle nonché votato come miglior difensore del secolo scorso in Gabon), entrambi passati per le giovanili Rossonere (tra i due pare essere il primo, oggi al Lille, quello con le maggiori capacità e prospettive). Ed il giocatore su cui voglio porre l’accento è proprio quel Pierre-Emerick Aubameyang che tra tutti i figli di Pierre sembra essere quello più promettente. Nato a Parigi il 18 giugno del 1989 raggiunse le giovanili Rossonere nel 2007 e partecipò subito alla prima edizione della Champions Youth Cup svoltasi in Malesia, competizione di cui si laureò capocannoniere mettendo a segno sette reti ed aggiudicandosi quindi il trofeo “Roberto Bettega” (giusto per la cronaca: quell’edizione fu vinta dallo United capace di battere in finale la Juventus di Ariaudo, Duravia, Daud e Pasquato). La stagione successiva l’ha quindi passata interamente in Ligue 2 al Digione, mentre attualmente è in prestito – con diritto di riscatto – al Lille, squadra con cui ha esordito anche in Europa League lo scorso 6 agosto. Ex under 21 francese Pierre-Emerick ha deciso lo scorso marzo di accettare la convocazione della nazionale maggiore gabonese con cui ha ad oggi disputato otto match nel corso dei quali ha realizzato due reti.

Zambia: se pochi sono i giocatori gabonesi conosciuti cosa dire di quelli zambiani dove l’unico giocatore a militare in un club di certo livello (e parliamo comunque del modesto Utrecht) è lo sconosciutissimo Jacob Mulenga? Tra i tanti volti ignoti, quindi, mi voglio concentrare su quello del giovanissimo Emmanuel Mbola, diciassette anni ancora da compiere. Nativo di Kabwe, infatti, il piccolo Emmanuel è nato il 10 maggio del 1993. Ciò significa che inizierà e terminerà questa competizione solo sedicenne. La sua striminzitissima carriera di calciatore è sino ad oggi molto particolare: dopo gli esordi al Mining Rangers è notato dagli scout del Pyunik Yerevan, pluridecorato club armeno di cui Mbola diventa l’unico straniero in rosa. Il matrimonio con la società guidata da Karen Harutunyan è comunque felice: Emmanuel, infatti, entra subito nelle grazie di mister Minasyan ed aiuta il club con sede all’Hanrapetakan Stadium ad aggiudicarsi campionato (vinto con sette punti di margine sul Mika) e coppa armena (vinta battendo in finale il Banants) del 2009. Talento precocissimo quello di Mbola che oltre ad essersi già imposto come titolare in Armenia ha potuto esordire nei preliminari di Champions contro la Dinamo Zagabria attirando a sé l’interesse dell’FK Vojvodina, club che parrebbe essere la sua prossima meta, e del CSKA, che gli ha proposto un periodo di prova. Come se non bastasse, poi, ha già collezionato più di dieci presenze in nazionale. Un bottino realmente incredibile per un ragazzino ben lungi dall’essere maggiorenne.

Tunisia: il nostro viaggio alla scoperta di possibili volti nuovi che possano affermarsi in questa Coppa d’Africa termina con le Aquile di Cartagine. La nazionale nordafricana non può certo contare su molti giocatori con una reputazione quantomeno dignitosa in Europa, anche se la situazione è sicuramente più positiva rispetto che a quella dello Zambia. Coach Benzarti potrà infatti contare su ragazzi come Haggui, Ragued e Ben Saada, tutti militanti in qualche club europeo. Tra i volti sconosciuti ai più c’è però quello di uno dei giocatori più interessanti dell’intera rosa: quello di Osama Darragi. Fedelissimo di Faouzi Benzarti (che ricoprendo il doppio ruolo di allenatore della nazionale e dell’Esperance Tunisi lo allena sia tra le Aquile di Cartagine che nel club) Darragi è un trequartista dal buon dribbling e dal passaggio ispirato che ha nel colpo di testa uno dei suoi fondamentali migliori e che non disdegna la via del goal come dimostrano le due reti segnate negli otto match di qualificazione da lui disputati. Complice il fatto che non sarà presente in Angola Ben Khalfallah, quindi, Darragi è dato in rampa di lancio e potrebbe spiccare il volo finendo con l’atterrare, magari, in Europa.

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